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Journal of Intercultural and Interdisciplinary Archaeology

Lingue e culture del Mediterraneo antico

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Indice degli Abstracts:
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Carlo De Simone


TITOLO: "Ancora su Siculo e Sicano."

Il ritrovamento del cippo di Tortora (VI sec. a.C.), edito di recente da P. Poccetti, ha mostrato d'altra parte, ormai, l'esistenza di un dialetto italico già stabilizzato in età arcaica in area Enotria: non esistono oggi indizi dell'esistenza di un sostrato "preitalico" in zona italica, che sia definibile come affine al Latino (ed etichettabile come "protolatino").
La tesi protolatina si allontana o sfuma sempre più, a favore dell'ipotesi, nel complesso più consistente e realistica, del carattere italico dei pochi frustuli siculi e/o sicani; ma anche questa tesi e l'evidenza relativa va considerata oggi con estrema prudenza ed aperta a soluzioni ben sfumate, poiché è gravata tuttora da sensibili spazi problematici.
Un esempio della situazione di oggi e delle alternative problematiche in cui necessariamente ci troviamo, e che occorrerebbe sempre tener presente.
Agostiniani ha proposto, certo con la dovuta prudenza possibilistica, di interpretare il frammento gostiko[ (Ragusa Ibla), che trova confronti con gosti (bolli laterizi di Paternò; stele di Sciri), come un derivato in -ko- del riflesso locale del notissimo lessema indoeuropeo *ghosti- "straniero". Ma non abbiamo affatto "testi" che possano confermarci il valore di appellativo del supposto gosti-: la "prova della verità" (cioè la concreta verifica testuale) non può aver luogo; ed inoltre: se gosti- ha questa etimologia, il che permane possibile, la parola non potrebbe essere propriamente latina (hostis) né comunque italica, perché il peligno hospus (voc.) è sospetto di essere imprestito latino, e mostra comunque h- (da attendere è comunque h-).
Sembra ci troviamo nella situazione strana: se si accetta questa etimologia si crea una forma locale che è poi difficile considerare o spiegare sia come latina che italica, il che tenderebbe per sè ad escludere le due tesi in fondo tradizionalmente più accreditate.
La realtà, a mio avviso, è che si tratta di una etimologia "a secco" (prendere o lasciare), ed è proprio questo modo di procedere etimologico, slegato dalla possibilità di effettive verifiche a diversi livelli, che rappresenta un gioco di azzardo.
Vorrei terminare con una notazione storica, che investe possibilmente in qualche modo quanto da me esposto in relazione all'ipotetico arrivo di "Siculi" dal continente, che può essere collocato a due livelli cronologici: 1) XIII sec. a.C. (cronologia alta); ca. metà XI sec. a.C. (cronologia bassa). Lo spunto dell'argomentazione mi è stato offerto da un articolo di R. Drews, Medinet Habu: oxcarts, ships, and migrations theories (JNES, LIX, 3, 2000, pp.161-190), che ha ripreso il problema (annoso) dei "popoli del mare", su cui non ho la competenza di intervenire in modo motivato, ma debbo notare l'atteggiamento in sostanza scettico a riguardo di L. Vagnetti (The Sea Peoples and Their Wolds: A Reassessment, Univ. Museum Monographs 108. Univ. Museum Symposium Series 11. The Univ. Museum. Univ. of Pennsylvania, Philadelphia 2000, pp. 305-326). Le possibili menzioni dei Siculi si scalano a tre livelli:
1) Škr = Šekeleš (Merneptah: 1213 - 1203 a. C.): insieme ai Šrdn nonchè Trš appaiono alleati con i Libi nell'attacco all'Egitto e vengono sconfitti; la š- finale in Škrš è morfema di plurale;
2) Sikilayu (Accadico; Ugarit, ca. fine del XIII sec. a.C.);
3) Ṯkr (Ṯkkr) = Tjekel (Medinet Habu; Ramesses III: 1186 - 1155 a. C.).
La datazione più alta per la ipotetica menzione del nome dei Siculi è dunque ca. la fine del XIII sec. a.C. (1-2), che non appare in contraddizione sostanziale con la cronologia "alta" per l'invasione dei Siculi (XIII sec. a.C.). Questo insieme di argomentazioni, qui sintetizzate, non dovrebbero comunque restare escluse da ogni riflessione relativa al nome e storia dei Siculi.

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