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Journal of Intercultural and Interdisciplinary Archaeology

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Lingue e culture dell'Italia antica



Enrico Benelli


La scrittura nell'Italia antica: 1

<--- Larisa è la forma arcaica del genitivo di Laris (la forma recente è Larisal), un diffusissimo prenome, mentre Velthies è il genitivo di Velthie: il proprietario del vaso ha quindi una normale formula bimembre, con nome personale e nome familiare. E, paradossalmente, non è una donna ma un uomo.
Trovare iscrizioni di possesso con nomi maschili in tombe femminili e viceversa, così come trovare più iscrizioni di possesso (con nomi diversi) in una deposizione singola, è un fenomeno ricorrente, che induce a interrogarsi sul reale significato di questi testi. Tutte le iscrizioni etrusche più antiche (con qualche rara eccezione di testi più complessi) sono proprio di possesso; si può dire che la stessa cultura epigrafica etrusca nasca con le iscrizioni di possesso. Gli oggetti più antichi che recano queste iscrizioni sono stati trovati tutti in tombe o in santuari; i normali contesti abitativi - peraltro spesso relativamente ricchi di testimonianze epigrafiche su vasi - hanno restituito iscrizioni di questo tipo soltanto a partire dalla fine del VII secolo a.C. Per questo motivo è probabile che dietro una iscrizione di possesso si nasconda qualcosa di più.
Nelle società arcaiche del Mediterraneo, il cui modello di comportamento è riassunto e proiettato in epoche mitiche dai poemi omerici, vigeva una pratica di scambio di oggetti al livello più alto della società ben nota in antropologia, e definita "circuito del dono". Questo tipo di circolazione - certamente praticata in ambiente etrusco-italico, come testimoniano anche numerose iscrizioni che incontreremo più avanti - segue delle regole basilari che riaffiorano costantemente; tra queste vi è un modo di misurare il valore degli oggetti che viene definito "preferenziale": un oggetto acquisisce valore in base al valore di chi lo ha posseduto. Questo fa pensare che l'iscrizione di "possesso" servisse a ricordare in maniera visibile il primo possessore dell'oggetto, colui che lo aveva immesso nel "circuito del dono", sottolineandone quindi l'altissimo valore che trascende quello intrinseco all'oggetto stesso, caratterizzandolo come un segno destinato a circolare soltanto a un determinato livello della società.
Va tenuto presente, tra l'altro, che nel VII secolo a.C. l'uso della scrittura in Italia era ancora raro e probabilmente limitato agli strati sociali più alti; per questo motivo, la stessa presenza dell'iscrizione su un oggetto ne elevava il pregio e il significato. I contesti di rinvenimento fanno pensare che gli oggetti con iscrizioni di possesso si muovessero proprio lungo queste vie di scambio altamente formalizzate; infatti il "circuito del dono" non ammette esiti alternativi: la cosa donata o veniva successivamente donata ad altri, o veniva donata ad un dio (e quindi veniva deposta in un santuario), oppure non poteva che finire nel corredo funerario del suo ultimo proprietario, perché nessuno poteva possederla se non a seguito di un dono.
Con ogni verosimiglianza Laris Velthie altri non era che il primo proprietario e donatore del piatto che, arricchito nel proprio valore dal nome eternato dall'iscrizione, è finito nel corredo della donna sepolta nella tomba 317 di Monte Abatone; in questo caso potrebbe anche essersi trattato di un dono nuziale.

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