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Journal of Intercultural and Interdisciplinary Archaeology

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Javier Arce

"Conclusioni a cura di Javier ARCE"

Mi sembra adeguato incominciare le mie conclusioni con le parole di Marlow, uno dei protagonisti di "Cuore di tenebra" di Joseph Conrad, quando, insieme ai suoi colleghi marinai nel porto di Londra, gli dice quanto segue:
"Stavo pensando a quei tempi lontani, a quando i Romani vennero qui per la prima volta, millenovecento anni fa (...) ieri qui c'erano le tenebre. Vi immaginate lo stato d'animo del capitano di una bella (...) trireme del Mediterraneo, che riceve bruscamente l'ordine di portarsi al nord, attraversare in gran fretta la terra dei Galli, prendere il comando di una di quelle imbarcazioni che i legionari (...) costruivano a centinaia in un mese o due, se si deve credere a quello che si legge. Immaginatevelo qui, in capo al mondo, un mare color del piombo, un cielo color del fumo, una nave non più rigida di una fisarmonica, a risalire questo fiume con delle provviste, degli ordini o chissà cosa d'altro. Banchi di sabbia, paludi, foreste, selvaggi, ben poco da mangiare per un uomo civilizzato e da bere, solo l'acqua del Tamigi. Niente Falerno qui, niente scali a terra. Qua e là un campo militare sperduto nella landa selvaggia, come un ago in un pagliaio- il freddo, la nebbia, le tempeste, le malattie, l'esilio e la morte- la morte in agguato nell'aria, nell'acqua, nella boscaglia. Dovevano morire come mosche qui (...). E forse lui si faceva coraggio tenendo d'occhio di tanto in tanto la possibilità di una promozione alla flotta di Ravenna, sempre che avesse buoni amici a Roma e che sopravvivesse all'orribile clima. Oppure provate a pensare a un giovane cittadino di buona famiglia con tanto di toga -troppo dedito ai dadi, forse, sapete dove portano- che arriva qui al seguito di qualche prefetto, o di un esattore delle imposte oppure di un mercante, per rimettere in sesto la sua fortuna. Sbarcare in una palude, marciare nei boschi, e in qualche posto dell'interno sentirsi circondato da una natura selvaggia..."
Conrad doveva aver letto, senza dubbio, l'Agricola di Tacito, dove si esprimono e descrivono sentimenti simili.
Quel che ci interessa di questo testo oltre la descrizione vissuta da un grande romanziere, è la contrapposizione reale tra due monti che pongono senza dubbio, in ragione di una conquista brutale, un solo centro di potere, un'amministrazione unica, una legislazione e delle norme comuni. È questo un contrasto culturale, geografico ed ambientale. In primis troviamo il sentimento di trovarsi dall'altra parte del mondo, nella fine del mondo, nel cuore delle tenebre; al posto del vino l'acqua, al posto della toga gli indumenti barbarici; al posto della comoda e radiosa Ravenna, lo scuro freddo e nebbioso accampamento solitario e appartato. Tutto intorno. La barbarie intesa come la intendevano gli stessi romani, i sui etnografi, geografi e storici. Differenze strutturali che rendono peculiari e diversi l'assimilazione culturale e le stesse manifestazioni culturali tra la romanità mediterranea e la cultura romana atlantica.
È questa la linea guida di questo colloquio.
È in primo luogo evidente che l'impero romano non è quest'impero unitario e uniforme che possono dare ad intendere alcune fonti di epoca imperiale. Sto pensando ai panegirici, ai retori o perfino, al mosaico cosmologico di Augusta Emerita, nel quale si esprime l'idea che gli imperatori e la loro presenza benefattrice e felice (felicitas temporum) procurano la tranquillitas sui mari attraverso cui si naviga con la sicurezza ed il profitto che ci danno il commercio e l'abundantia da un estremo all'altro del mediterraneo, da un porto all'altro (da Alessandria ad Ostia). Però nel mosaico di Emerita (creato senza subbio su modello alessandrino) non c'è alcun riferimento al mare externum. Nel mondo e nella mentalità romani contano molto di piť il Mediterraneo ed i suoi due estremi di oriente ed occidente, mentre il mare externum è misterioso, quasi mitico, tenebroso, pieno di pericoli e quasi estraneo. Il mondo romano è un mondo di città, però anche un mondo di particolarismi, di differenze regionali, di adattamenti progressivi, di risposte che hanno la loro origine, come segnala espressamente Tacito, nell'aemulatio. È qui dove l'uniformità scompare e sorgono le differenze di adattamento in accordo con le condizioni geografiche, con le tradizioni e le culture locali che i romani non vollero mai cancellare o eliminare, salvo in casi eccezionali.
I romani non vollero mai espressamente e volontariamente "romanizzare". La "romanizzazione" è un concetto, come diceva R. Syme, anacronistico e improprio.


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